AP&B Alimentazione, Prevenzione & Benessere n. 9 - 2019

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L'Editoriale

di Franca Marangoni

 
Il Tema

Qualità nutrizionale del pesce magro: la ricerca valorizza il ruolo della frazione proteica

a cura della Redazione di AP&B

L'Intervista all'Esperto: Patrizia Restani

Integratori a base di piante ed estratti vegetali: tradizioni d’uso, qualità della materia prima e sicurezza

di Cecilia Ranza

La Scheda

Gli agrumi

 

 

L'Editoriale

 
 
 

I prodotti a base di piante ed estratti vegetali rappresentano circa la metà del mercato globale degli integratori che, da qualche anno a questa parte, è in crescita anche nel nostro Paese. L’attenzione dei consumatori italiani per questa categoria di prodotti è testimoniata dai risultati del progetto europeo PlantLIBRA, descritti da Patrizia Restani, Professore Ordinario di Chimica degli Alimenti all’Università di Milano, nell’intervista di questo mese. A guidare le scelte contribuisce l’approccio del Ministero della Salute, che completa l’elenco delle piante ammesse con la lista degli effetti fisiologici riconosciuti sulla base del.la tradizione d’uso; consentendo al produttore di esplicitare la funzione che ciascun prodotto può sostenere e sottolineando, comunque, che per mantenere l’organismo in salute sono fondamentali uno stile di vita sano e un’alimentazione varia ed equilibrata. Il Tema pubblicato su questo numero di AP&B è invece dedicato alla frazione proteica del pesce. A differenza dei grassi “buoni” della se.rie omega-3, che sono presenti in quantità maggiori nei pesci grassi, le proteine che secondo gli studi più recenti sono più promettenti dal punto di vista dei possibili benefici per la salute vengono dal pesce bianco e magro. In particolare, in una società sempre più sensibile ai temi della sostenibilità ambientale, appaiono di grande interesse i dati, ancorché preliminari, sugli idrolisati proteici, e cioè sulla frazione che può essere ricavata anche dagli scarti dell’industria ittica.


Buona lettura!

Franca Marangoni
Direttore Scientifico AP&B

 

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Il Tema

 

 

Promettenti i dati preliminari sugli idrolisati proteici ottenuti dagli scarti

 
 

Qualità nutrizionale del pesce magro: la ricerca valorizza il ruolo della frazione proteica di lavorazione industriale

a cura della Redazione di “Alimentazione, Prevenzione & Benessere”

 

Sono i dati FAO (Food and Agricolture Organization of the United Nations) a confermare che il pescato è oggi la principale risorsa alimentare di un numero sempre maggiore di persone, garantendo soprattutto proteine nobili, grassi polinsaturi, vitamine e minerali.
Il consumo pro-capite annuale è raddoppiato nell’arco di 60 anni dai 10 ai 20 kg attuali, con una proiezione in crescita di un ulteriore 20% entro il 2025. Non solo: per una persona ogni dieci nel mondo, la pesca in acque libere e l’acquacoltura sono fonti primarie di sostentamento.
Un contesto che oggi si confronta con la doppia incognita della sostenibilità ambientale e della salute delle acque, marine e dolci, temi centrali del Simposio FAO da poco concluso a Roma. Sostenibilità significa anche massimizzazione delle rese, minimizzando gli scarti.
Su questo fronte, la tecnologia offre risposte inedite, che non coinvolgono soltanto l’aspetto nutrizionale. Sta prendendo quota, per esempio, l’industria delle pelli di alcuni pesci, che vengono lavorate con metodologie ecocompatibili: oltre ad ampliare l’offerta di lavoro in aree ad alta sofferenza occupazionale, fornisce una materia prima più leggera del cuoio, ma più resistente, quindi più versatile e con un’ottima resa.
In ambito alimentare, intanto, la ricerca procede in parallelo: da un lato approfondendo il ruolo delle proteine assunte con il consumo regolare di pesce magro, dall’altro esplorando il potenziale degli idrolisati proteici ottenuti dai prodotti di scarto della lavorazione del pesce, o dei peptidi bioattivi estratti dagli idrolisati stessi.
Su questo doppio binario si muove la revisione, da poco pubblicata su Nutrition Reviews, che sottolinea le qualità nutrizionali delle proteine del pesce bianco e magro, rimaste in questi anni ai margini dell’attenzione, a favore dei più noti e studiati grassi polinsaturi omega-3, nutrienti di alto valore biologico presenti in concentrazioni più elevate nel pesce grasso (specie se proveniente da acque fredde): dal salmone alle sardine, dalle acciughe allo sgombro, dalla trota alle aringhe.

 

Proteine e peptidi bioattivi: i dati di base

Un’alimentazione corretta deve fornire, all’interno di un apporto calorico complessivo adeguato secondo sesso, età, massa corporea e condizioni generali, una quota variabile di proteine.
I LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana, SINU 2014), fissano l’assunzione raccomandata per la popolazione adulta a 0,9 g per kg di peso corporeo e propongono, a partire dai 60 anni, un apporto con la dieta di 1,1 g di proteine per kg di peso, come obiettivo nutrizionale per la prevenzione.
La qualità delle proteine presenti nella dieta è determinata da più fattori, ma un ruolo preminente va assegna.to alla composizione in aminoacidi e alla presenza di aminoacidi essenziali (non sintetizzabili dall’organismo).

Le proteine del pesce, compreso quello magro, sono da questo punto di vista ottimali: contengono tutti gli amminoacidi essenziali, in particolare lisina e leucina; all’eccellente composizione affiancano un’elevata digeribilità (oltre il 90%), che rende i singoli aminoacidi, o i peptidi bioattivi, altamente disponibili.
La Tabella riassume il contenuto proteico medio del pesce bianco magro e del pesce grasso, a confronto con quello di crostacei, cefalopodi e bivalvi. I peptidi bioattivi, a basso peso molecolare, contengono da 2 a 20 residui aminoacidici a sequenza diversa, che ne determinano l’attività: questa può essere limitata al tratto gastrointestinale, oppure riverberarsi a livello sistemico, dopo l’assorbimento intestinale.
Dati preliminari associano l’assunzione di peptidi bioattivi con la modulazione dei recettori ACE-1, Angiotensin-1 Converting Enzyme, con il controllo del metabolismo glucidico, con la coniugazione degli acidi biliari.
Il potenziale d’impiego è quindi ampio e stimola la ricerca sugli idrolisati proteici: da un lato per l’evidente impatto ambientale positivo, dall’altro per l’impiego, in una prospettiva davvero promettente, come supplementi all’alimentazione umana.

 

 

Gli altri nutrienti del pesce bianco magro

Con un modesto contenuto di grassi (< 2,5%, in generale meno del 20% delle calorie totali), la carne bianca di pesci di mare (come merluzzo, nasello, cernia, dentice, squalo, sogliola), o d’acqua dolce (luccio, persico, coregone) è composta da muscolo e sottili strati di connettivo. I grassi sono concentrati prevalentemente nel fegato di questi pesci (si pensi soprattutto al merluzzo), dove sono presenti oli ricchi di vitamina A (retinolo), vitamina D e polinsaturi a lunga catena. Il contenuto di vitamine del gruppo B è simile a quello delle carni magre di mammiferi, anche se il pesce bianco magro può presentare una concentrazione maggiore di vitamine B6 e B12.
Anche il contenuto di minerali è simile: povero di sodio, contiene soprattutto potassio e fosforo. La carne di pesce bianco magro ha invece un contenuto relativo maggiore di calcio rispetto a quella dei mammiferi terrestri, anche per la possibilità di consumare senza danno le lische finissime presenti in alcuni di questi pesci. Limitato ai pesci di mare è infine l’apporto di iodio.

I risultati degli studi condotti finora

Gli studi che hanno valutato l’impatto sulla salute umana di un consumo regolare di pesce magro hanno per ora dato risultati complessivamente inconsistenti, anche se è possibile individuare alcune tendenze, degne di approfondimento in ricerche più ampie, meglio disegnate e con obbiettivi chiari. L’apporto di pesce magro, 150 g per almeno tre e fino a cinque volte alla settimana, sembrerebbe infatti coadiuvare la perdita ponderale associata a un regime di restrizione calorica. C’è invece scarsa univocità per quanto riguarda gli effetti sul controllo della lipidemia, indagati in diverse ricerche condotte su soggetti sani, confrontando diete con alto consumo di pesce magro, oppure di pesce grasso, oppure di carni magre.
Più incoraggianti sembrano i risultati sul metabolismo glucidico e sulla sensibilità insulinica, ottenuti sia in soggetti sani e sia in soggetti sovrappeso od obesi, confrontando l’apporto di proteine da pesce magro con quello da carni magre.
Infine, uno studio di una certa rilevanza ha valutato l’impatto sul profilo pressorio, ma solo in soggetti coronaropatici: il confronto del consumo di 4 porzioni alla settimana di carni magre (gruppo di controllo), o di pesce grasso, o di pesce magro, ha messo in luce l’effetto positivo del consumo di pesce magro sui valori della pressione.
Più lineari sono i risultati ottenuti dagli studi che hanno valutato il rapporto tra supplementazione con idrolisati proteici del pesce e salute umana, soprattutto perché la supplementazione, in quanto tale, affianca, ma non modifica, le abitudini alimentari dei soggetti coinvolti: risultati ottenuti sono perciò ritenuti più affidabili.
Per esempio, in soggetti sovrappeso od obesi, 4 settimane di integrazione con 3 g/die di idrolisati proteici di merluzzo, seguite da altre 4 settimane a dosaggio doppio (6 g/die) hanno ridotto la glicemia a digiuno e post-prandiale in confronto all’assunzione di placebo per 8 settimane, migliorando anche l’insulinemia successiva ai pasti; anche la colesterolemia LDL si è ridotta e la massa magra è aumentata, a discapito della massa grassa.
Un’altra ricerca condotta in soggetti sovrappeso che stavano seguendo una dieta moderatamente ipocalorica, utilizzando due dosaggi (1,4 g/die o 2,8 g/die) di idrolisati proteici di un altro pesce bianco (il merlano) per 90 giorni ha dimostrato l’efficacia della supplementazione nel ridurre peso, BMI, massa grassa e girovita, a confronto con un preparato a base di proteine del siero di latte.
I risultati positivi sul metabolismo glucidico sono stati inoltre confermati su volontari sani, anche dopo una singola supplementazione di idrolisato proteico di merluzzo, alla dose di 20 mg pro chilo di peso.
Ancora: la supplementazione con un di-peptide bioattivo (valil-tirosina), questa volta ottenuto da idrolisati proteici di pesce grasso (sardine) ha ridotto la pressione in soggetti con ipertensione lieve.

 

A proposito dell’apporto di taurina

Nelle proteine da fonti ittiche la taurina è presente a livelli più elevati rispetto alle proteine da fonti animali terrestri. La ricerca ha dimostrato, per ora soltanto in modelli sperimentali, che un idrolisato di pesce ad alto contenuto di taurina aumenta la concentrazione di acidi biliari plasmatici e riduce il grasso viscerale. Tale regolazione del metabolismo degli acidi biliari potrebbe quindi mostrare ricadute altrettanto favorevoli nell’uomo, su alcuni marker coinvolti nello sviluppo della sindrome metabolica.

 

Proteine del pesce e microbiota

Un ulteriore ambito di ricerca, vasto ma promettente, è il rapporto tra assunzione di fonti proteiche a diversa composizione e modulazione del microbiota, soprattutto perché è nota l’associazione tra disbiosi del microbiota intestinale e aumento del rischio di diabete di tipo 2 o di obesità.
Infatti alcuni studi recenti (sperimentali) hanno dimostrato che un’alimentazione a base di proteine di pesce magro contribuisce al controllo dell’aumento ponderale nel lungo periodo.
I ricercatori spiegano questo risultato ricordando che, nelle proteine da fonti ittiche, la presenza di aminoacidi ramificati quali valina, leucina e isoleucina è consistente: proprio questi aminoacidi modificherebbero il microbiota intestinale in senso antiobesogenico.
Un risultato simile, sempre in studi sperimentali, era stato del resto ottenuto somministrando proteine della caseina e del siero di latte, il cui contenuto di aminoacidi ramificati è superiore a quello dei prodotti ittici.
Per ora nell’uomo si è visto, per esempio, che la composizione e l’attività del microbioma cambiano, negli stessi soggetti, dopo un mese di dieta a prevalente apporto di pesce magro, rispetto a un mese con un apporto simile di carni magre. Dopo le quattro settimane di consumo prevalente di pesce magro risultava lievemente aumentata la presenza di Bacteriodetes, con una parallela riduzione di Firmicutes: un profilo caratteristico dei soggetti più magri.
Infine, un ulteriore aspetto positivo del microbioma, mantenuto in questa popolazione, è la presenza di Clostridium cluster IV, elemento rilevabile non solo nei soggetti più magri, ma anche nelle persone obese dopo riduzione ponderale.

 

Conclusioni

  • I benefici di un regolare apporto di prodotti ittici, all’interno di un’alimentazione bilanciata, sono noti e dimostrati. Anche per questo, il consumo di tutto il pesce è in crescita progressiva e lineare nel mondo, ponendo un evidente problema di sostenibilità.
  • Tra le soluzioni da attuare su vasta scala va citato l’utilizzo virtuoso anche degli scarti di lavorazione dell’industria ittica. Da questi scarti è infatti possibile ottenere prodotti come gli idrolisati proteici e quindi proteine di alta qualità e peptidi bioattivi.
  • Mentre le ricadute positive dell’apporto di polinsaturi omega-3 forniti dai pesci grassi sono ampiamente confermate, meno numerosi sono i dati disponibili sull’associazione tra consumo di pesci bianchi magri (che apportano pochi grassi e sono ricchi di proteine) e salute.
  • Una revisione recente della letteratura ha riesaminato le principali ricerche condotte sinora sia sull’apporto di pesce bianco con la dieta e sia sul consumo di idrolisati proteici (o di derivati peptidici bioattivi) come integratori alimentari. Per quanto riguarda il consumo regolare di pesce bianco con l’alimentazione, i dati vengono definiti ancora inconsistenti, anche se emergono alcune tendenze positive, che andrebbero valutate conducendo ricerche più ampie e meglio disegnate: a una più alta frequenza di consumo di pesce bianco si assocerebbe per esempio una maggiore capacità di controllo del peso, ma anche dei parametri glicemici e insulinemici e della pressione arteriosa.
  • Più affidabili sono i risultati ottenuti utilizzando gli idrolisati proteici, o i derivati peptidici da tali idrolisati. Infatti, l’assunzione di questi derivati ha prodotto risultati soddisfacenti sul controllo glicemico/insulinemico a digiuno e post-prandiale, ma anche sul profilo lipidico e sulla pressione. Anche in questo caso, si tratta di evidenze che vanno confermate con studi più ampi e di lungo periodo.
  • Infine, un ulteriore campo d’indagine agli esordi, tanto vasto quanto promettente, riguarda la modulazione del microbiota che, a sua volta, si riflette sul rischio cardiometabolico.

Bibliografia di riferimento

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L’intervista all'esperto

a cura di Cecilia Ranza

 

 

L’Italia riconosce l’uso tradizionale dei principi per finalità fisiologiche

 
 

Integratori a base di piante ed estratti vegetali: tradizioni d’uso, qualità della materia prima e sicurezza

Risponde Patrizia Restani
Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari, Università degli Studi di Milano

 

Tra aprile 2018 e marzo 2019, il consumo di integratori (tutti) in Italia è aumentato del 2,5% (dati Federsalus), confermando una tendenza in atto da tempo per un mercato che, con 256 milioni di confezioni vendute, ha un valore di 3,5 miliardi di euro. Gli integratori vengono acquistati per la maggior parte in farmacia (73% dei volumi nel primo trimestre 2019); seguono la grande distribuzione organizzata e le parafarmacie.
Nel Decalogo per il corretto uso degli integratori alimentari, diretto al consumatore (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_191_allegato.pdf), il Ministero della Salute chiarisce che gli integratori sono «fonti concentrate di nutrienti o altre sostanze ad effetto “fisiologico” che non hanno una finalità di cura, prerogativa esclusiva dei farmaci, perché sono ideati e proposti per favorire nell’organismo il regolare svolgimento di specifiche funzioni, o la normalità di specifici parametri funzionali, o per ridurre i fattori di rischio di malattia».
Disponibili in forma predosata (capsule, opercoli, gocce, compresse, bustine) gli integratori sono assunti per soddisfare un aumentato fabbisogno, o un apporto inadeguato di alcune sostanze, nutritive e non, in condizioni specifiche e per lo più temporanee.
Il decalogo ministeriale è infatti molto chiaro: «per risultare sicuro e adatto alle specifiche esigenze individuali, (l’uso di integratori) deve avvenire in modo consapevole e informato sulla loro funzione e sulla valenza degli effetti svolti, senza entrare in contrasto con l’esigenza di salvaguardare abitudini alimentari e comportamenti corretti nell’ambito di uno stile di vita sano e attivo». Abitudini alimentari e stile di vita complessivamente corretti sono quindi imprescindibili per un uso responsabile di qualunque integratore, atto finale di una filiera che, per legge, deve fornire in prima istanza un prodotto sicuro.
Nella famiglia degli integratori, quelli contenenti ingredienti botanici, cioè piante o estratti di piante (per brevità spesso citati con il termine inglese “botanicals”) sono tra i più apprezzati, in parte perché possono essere ricondotti a tradizioni d’uso consolidate, ma anche perché l’ottenimento dal mondo vegetale, cioè “dalla natura”, viene considerato sinonimo di “sicurezza d’uso”, a prescindere da qualunque ulteriore valutazione che, invece, è indispensabile.
Proprio questo aspetto, insieme alle molte altre sfaccettature della realtà italiana degli integratori contenenti botanicals, viene chiarito dalle parole di Patrizia Restani, Professore Ordinario di Chimica degli Alimenti, presso il Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università di Milano.

 
DOMANDA: Iniziamo ad inquadrare i consumi italiani di integratori contenenti botanicals. Quali sono i dati e quali le fonti?

RISPOSTA: Le risposte vengono dal Progetto europeo PlantLIBRA, dove LIBRA è l’acronimo di Levels of Intake, Benefit and Risk Assessment. L’indagine è stata condotta in sei Paesi europei e quattro città per ogni nazione. In Italia il campione di popolazione è stato selezionato tra Milano, Venezia, Roma e Catania, per un totale di 400 adulti (con età superiore ai 18 anni) equamente suddivisi per sesso, in maggioranza con un titolo di studio di scuola superiore (58,7%).
Ciascun partecipante poteva segnalare fino a cinque prodotti consumati con una certa regolarità per alcuni mesi ogni anno o, addirittura, in modo continuativo. Estrapolando il dato dell’indagine, si può affermare che circa il 20% degli italiani è un consumatore abituale di integratori contenenti botanicals.
Nell’analisi delle ragioni d’uso, la più citata è il supporto alla funzione digestiva, seguita dalla funzione tonico-energetica e da quella rilassante. La classifica si modifica lievemente considerando le singole città: per Milano il terzo posto va alla difesa del sistema immunitario, mentre a Venezia agli integratori per il controllo del peso.
Se si guarda alle piante maggiormente presenti in questi integratori, l’aloe è al primo posto nel campione totale, ma non a Venezia, dove il primato va al tarassaco; il finocchio è la seconda pianta nel totale, ma non a Catania, che segnala la valeriana; infine, nel totale del campione italiano la terza pianta è proprio la valeriana, molto consumata a Catania, mentre a Milano il terzo posto va, pari merito, a passiflora e ginseng; a Venezia e Roma la terza posizione è assegnata invece al mirtillo.
Per gli integratori contenenti botanicals, il canale preferenziale di vendita è l’erboristeria/parafarmacia (65%), seguita dalla farmacia (23,7%) e dal supermercato (7,9%).
In Italia, il titolare di erboristeria/ parafarmacia è anche il principale referente per informazioni in proposito, citato dal 34,8% del campione; probabilmente perché nel nostro Paese, nel quale è presente la laurea in Scienze erboristiche, la fiducia del consumatore verso questa figura professionale è maggiore rispetto a quanto accade all’estero, dove la fonte principale di informazioni è invece il passaparola tra amici e parenti.
Il Progetto PlantLIBRA infine, ha permesso di raccogliere dati preziosi sugli effetti collaterali associati all’assunzione di integratori contenenti botanicals: un aspetto di primaria importanza, che verrà trattato in modo esteso più avanti.

D.: Qual è la legislazione di riferimento in Italia per gli integratori contenenti ingredienti botanici? E in Europa?

R.: In Italia, gli integratori alimentari contenenti botanicals rientrano nella legislazione alimentare, quindi la loro approvazione poggia prima di tutto sulla qualità della materia prima e sulla sicurezza, che devono essere garantite in primo luogo dal produttore e lungo tutta la filiera con gli stessi controlli di qualità richiesti a tutti gli alimenti.
Attenzione: possono essere utilizzati soltanto i botanicals ammessi per questo uso. Con il DM 2019, il Ministero della Salute ha incluso tra le piante ammesse negli integratori quelle derivanti dalla lista BELFRIT, stilata nel 2012 da Belgio, Francia e Italia, chiamando alla collaborazione un esperto per ogni Paese.
Alcuni paesi Europei, possiamo citare Germania, Finlandia, Ungheria, propendono per l’inclusione dei botanicals nella categoria dei farmaci vegetali di uso tradizionale: il loro dossier di approvazione è semplificato e l’indagine tossicologica è sostituita dalla dimostrazione di sicurezza che si avvale dell’esperienza derivante dall'"uso tradizionale”.

D.: Quali sono le direttive italiane per la comunicazione al consumatore delle proprietà degli integratori a base di botanicals? Qual è invece la situazione nell’Unione Europea?

R.: Da questo punto di vista la UE prevede un iter condiviso. Infatti, l’utilizzo di qualunque indicazione nutrizionale (in inglese “claim”) è regolamentato dal 2006 in tutti i Paesi aderenti e prevede una opinione positiva da parte di EFSA (European Food Safety Authority), dopo la presentazione di una serie di studi che però, alla prova dei fatti, sono molto difficili da realizzare.
Infatti, se un integratore non può avere effetti terapeutici, ma solo fisiologici (mantenimento dello stato di benessere attuale, o riduzione dei fattori di rischio nel lungo termine), è difficile dimostrarne l’efficacia a meno che sia interessato un marker facilmente dosabile, qual è per esempio il colesterolo plasmatico, fattore di rischio per le malattie cardiovascolari.
In uno studio di questo tipo, ancora più complesso è il reclutamento di un numero sufficiente di soggetti che, ovviamente sani, assicurino però l’assunzione regolare di un determinato prodotto per tempi sufficienti a verificarne gli effetti. Come ci si può aspettare i fattori confondenti sono moltissimi (la dieta quotidiana, il fumo, l’attività fisica e così via). Quanto detto spiega il numero molto limitato di pareri positivi espressi da EFSA su claim nutrizionali/salutistici di botanicals. Finora, a vantare un claim (vedi Tabella) sono: fibre alimentari di diversa origine, prugne secche, noci, polifenoli dell’olio extravergine di oliva, riso rosso fermentato, beta-glucani di orzo e avena, arabinossilano ottenuto da endosperma di frumento.
Steroli e stanoli di origine vegetale sono ugualmente titolari di claim, anche se la loro precisa origine botanica non viene specificata; inoltre noci e prugne secche sono per lo più consumate come tali e non come ingredienti di integratori alimentari.
In parallelo, è legittimo chiedersi come indirizzare il consumatore verso l’uso “consapevole e informato” caldeggiato dal decalogo del ministero, in assenza di indicazioni che mettano al riparo da impieghi non congrui.
L’Italia ha risposto imboccando una propria via, che ha approfittato dell’integrazione delle piante della lista BELFRIT (DM 10 agosto 2018 e Decreto Dirigenziale 9 gennaio 2019): nell’elenco delle piante ammesse, ha aggiunto frasi-guida alla scelta dei prodotti, derivate dai dati ottenuti dalla tradizione d’uso e riferite all’ottimizzazione delle funzioni dell’organismo, nel solo ambito fisiologico.
Queste frasi saranno mantenute fino a ulteriori decisioni a livello UE.

 

D.: Qualità delle materie prime e sicurezza d’uso: perché è necessario ribadire il concetto che la “naturalità” di un integratore contenente botanicals non corrisponde automaticamente a sicurezza d’uso?

R.: L’origine vegetale non è sinonimo di sicurezza tout court: eppure l’equivoco permane. Invece, l’uso sicuro di un ingrediente contenente botanicals prevede passaggi rigorosi, a partire dalla qualità delle materie prime.
Chi coltiva l’ingrediente vegetale deve infatti applicare le norme di Buone Pratiche Agricole (GAP); chi produce l’integratore contenente un botanical deve seguire le Buone Pratiche di Produzione, dalla verifica della materia prima alla garanzia della qualità finale, con il titolo (concentrazione) delle sostanze responsabili dell’effetto fisiologico voluto (un esempio per tutti: nel caso dell’Aloe va segnalato il titolo in aloina) e l’assenza di contaminanti biologici o chimici.
L’etichetta deve inoltre riportare il contenuto di molecole regolamentate, così da evitare assunzioni potenzialmente tossiche (un esempio per tutti: le ammine attive contenute negli estratti di arancio amaro), segnalando le dosi giornaliere sicure per il consumatore.
Infine, anche il consumatore, come è già stato accennato, non è esente da responsabilità. L’utilizzo consapevole degli integratori, infatti, affianca, ma non può sostituire, un’alimentazione bilanciata e corretta.
Se si acquistano integratori contenenti botanicals è importante farsi consigliare dal farmacista o dall’erborista e, in caso di terapia con farmaci tradizionali, consultare prima il medico.
Alcuni integratori contenenti botanicals possono infatti interagire in modo negativo con i farmaci: il pompelmo rallenta il metabolismo di alcuni di essi; l’iperico può inibire l’attività di alcuni farmaci; la liquirizia non va assunta da chi è in terapia antipertensiva, perché l’efficacia del farmaco potrebbe essere ridotta; la valeriana è in grado di potenziare l’azione di alcuni sedativi; il riso rosso fermentato aumenta il rischio di rabdomiolisi, cioè l’effetto collaterale più temuto delle statine, se assunto insieme a queste molecole per il controllo dell’ipercolesterolemia; il gingko non dovrebbe essere consumato se si è in terapia anticoagulante o antiaggregante piastrinica, a meno di un “via libera” da parte del proprio medico.

D.: Tornando ai dati raccolti da PlantLIBRA, quali ulteriori segnalazioni di potenziali eventi avversi meritano di essere citate?

R.: I dati in nostro possesso sono scaturiti da PlantLIBRA e completati dall’elaborazione delle segnalazioni di 30 Centri antiveleno europei (con un contributo particolarmente attivo del Centro antiveleni di Pavia), da ANSES (Agenzia francese per la sicurezza degli alimenti) e FDA (Food and Drug Administration). Le piante più spesso citate per eventi avversi sono: tè verde, ginseng, valeriana, arancio amaro, carciofo, gingko biloba, soia, liquirizia, melissa e guaranà.
Lungi dal creare allarmismi, è la conferma della necessità, da parte del consumatore, di informarsi sempre prima di assumere un integratore contenente botanicals. Nel caso dell’arancio amaro citato in precedenza, il Ministero della Salute precisa il limite di assunzione giornaliera dell’estratto titolato al 4%, che non deve superare gli 800 mg, corrispondenti a 30 mg di sinefrina. Questa molecola ha una struttura simile a quella dell’efedrina che, utilizzata in passato in alcuni integratori consumati da sportivi, è stata individuata come responsabile di eventi avversi cardiovascolari (alcuni fatali).
Gli estratti di tè verde contengono teina che, come la caffeina, è un supporto all’attenzione e alla riduzione del senso di stanchezza, ma soprattutto flavanoli e flavonoli, polifenoli tra cui spicca l’epigallocatechina 3-gallato (EGCG).
Non trascurando le segnalazioni di potenziali effetti epatotossici associati all’assunzione di ECGC, l’EFSA ha dichiarato che l’uso di tè verde per la preparazione di infusi o di bevande a base di infusi disidratati è sicura, tranne che in sporadici e imprevedibili casi di idiosincrasia personale; quanto agli integratori a base di estratti, gli unici dati certi emergono per assunzioni di EGCG pari o superiori a 800 mg al giorno, che sono associate ad aumento delle transaminasi in modo statisticamente significativo.
Non sono invece disponibili dati relativi ad assunzioni inferiori a 800 mg/die. Resta quindi l’incertezza sulla quantità massima quotidiana di ECGC assumibile con integratori contenenti estratti di tè verde e priva di effetti collaterali.

 

La Scheda

 

Gli agrumi

Gli agrumi destinati al consumo domestico (arance dolci, mandarini e mandaranci, pompelmo, limoni, lime, pomelo), come gli altri agrumi utilizzati preferenzialmente dall’industria alimentare, ma anche profumiera, cosmetica, farmaceutica (arancio amaro, cedro, bergamotto, chinotto) sono Rutaceae del genere Citrus.

Che cosa contengono

L’apporto calorico degli agrumi è molto contenuto: clementine e mandaranci, i più energetici, forniscono infatti 57 kcal per 100 grammi, con 12,8 g di carboidrati. Valido è inoltre l’apporto di fibre.
Tutti gli agrumi sono ricchi di vitamina C e sono fonti di folati, ma contengono anche vitamina A e carotenoidi precursori della Vitamina A (soprattutto arance, mandaranci, mandarini), oltre che vitamine del gruppo B (B1, B2, B6, in quantità variabili da frutto a frutto). Da segnalare è anche la presenza di minerali, primo tra tutti il potassio, ma anche di calcio, fosforo, magnesio, zolfo. Da non dimenticare infine l’apporto di flavonoidi (oltre che di carotenoidi), che il frutto utilizza per proteggersi da agenti e microrganismi e la cui presenza è correlata anche al grado di pigmentazione della polpa.
Nella Tabella, si riporta a titolo di esempio il consumo indicativo di arance, esclusi scorza e albedo (la parte interna bianca della scorza) utile per assumere una concentrazione di vitamina C, in linea con l’assunzione raccomandata (PRI) dai LARN nelle diverse età e fasi della vita.

 

Che cosa bisogna sapere

Tra le fibre fornite dagli agrumi prevale la pectina: i suoi residui, insolubili, non vengono assorbiti a livello intestinale, esercitando così un’azione prebiotica (di sostegno alla proliferazione di ceppi specifici del microbiota), concorrendo a contenere l’assorbimento di colesterolo, infine promuovendo la motilità intestinale.
EFSA ha riconosciuto che la vitamina C è fondamentale per mantenere l’integrità cutanea, sostenere le difese immunitarie, assicurare l’assorbimento del ferro e favorire la deposizione del calcio in ossa e denti.
Più studi hanno evidenziato che anche i carotenoidi (come la luteina, la zeaxantina e il licopene) concorrono alle difese di organi e apparati (cute, occhi, ossa, parete vasale). Per i flavonoidi, (tra cui esperidina e diosmina, in uso da tempo nella protezione di macro e microcircolo) sono state infine proposte azioni molteplici di natura antinfiammatoria, di riduzione sia dell’aggregabilità delle piastrine e sia dell’adesione delle cellule del sangue alle pareti vasali, con un effetto complessivo favorevole nei riguardi del processo dell’aterosclerosi.

 

Glossario

  • Supplementazione

    Se i soggetti trattati sono ignari del fatto di aver ricevuto l'uno o l'altro dei trattamento testati, lo studio si definisce "in cieco". Se anche lo sperimentatore lo è, almeno fino al termine della raccolta dati, lo studio si definisce "in doppio cieco".

  • Ipertensione

    Aumento della pressione arteriosa al di sopra dei valori normali (nell'adulto 80-90 mm Hg di minima e 130-140 mmHg di massima). Può essere di origine secondaria (renale, endocrina, neurologica, ecc.) o primitiva (essenziale).

  • Sindrome metabolica

    La Sindrome Metabolica è una condizione metabolica caratterizzata dalla contemporanea associazione di diversi fattori di rischio metabolici nello stesso paziente, che incrementano la possibilità di sviluppare patologie cardiovascolari e diabete.

  • Diabete

    Una patologia che si verifica quando l’organismo non è in grado di utilizzare il glucosio ematico. I livelli di glicemia sono controllati dall’insulina, un ormone prodotto dall’organismo che favorisce l’ingresso del glucosio nelle cellule muscolari e adipose. Il diabete insorge quando il pancreas non produce abbastanza insulina o l’organismo non risponde all’insulina che è stata prodotta.

  • Pressione arteriosa

    Pressione del sangue nelle arterie dovuto all'attività contrattile del muscolo cardiaco e alla resistenza vascolare periferica, distinta in sistolica o massima e diastolica o minima.

  • Colesterolo

    Presente nel sangue, costituente essenziale della membrana cellulare, interviene nella formazione degli ormoni sessuali e corticosteroidei e dei sali biliari. Può essere di origine esogena (alimentare) ed endogena (sintesi epatica). Nel sangue il colesterolo è veicolato tramite i trigliceridi e le lipoproteine (HDL e LDL).

  • Caffeina

    Alcaloide contenuto nei semi del caffè e del cacao e nelle foglie del tè, della cola e del matè; esercita azione eccitante sul cuore e sul sistema nervoso.

  • Carboidrati

    Rappresentano la principale fonte energetica della dieta. Sono di due tipi: semplici e complessi. I semplici sono gli zuccheri, i complessi includono amido e fibra. Forniscono 4 calorie per grammo. Si trovano naturalmente in pane, cereali, frutta, verdura, latte e latticini. Torte, biscotti, gelati, caramelle, succhi di frutta e altri alimenti di questo tipo sono ricchi di zuccheri.

  • Aterosclerosi

    Patologia delle arterie caratterizzata da depositi di grassi, infiammazione, fibrosi e calcificazione nella parete vascolare. Le placche aterosclerotiche sono le tipiche lesioni di questa patologia.

ALLEGATI

AP&B n. 9_2019

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