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Lo iodio

Generalità

Francesco Visioli

Lo iodio è un elemento traccia non metallico indispensabile per l’uomo che interviene nella sintesi degli ormoni tiroidei, coinvolti nella regolazione di varie funzioni metaboliche. Gli oceani sono particolarmente ricchi di iodio, mentre varie regioni della terra, soprattutto quelle di origine più antica (l’Himalaya, le Ande, le Alpi, alcune valli del Gange), ne sono carenti, a causa delle erosioni e dei lavaggi che si sono verificati nel tempo. La mancanza di iodio rappresenta ancora oggi un grave problema sanitario per le popolazioni di queste regioni.

Funzioni

Lo iodio è fondamentale per la sintesi degli ormoni tiroidei: la triiodotironina, o T3, e la tiroxina, o T4. Il processo di sintesi di questi ormoni è piuttosto complesso e dipende dall’ipotalamo; quest’ultimo, infatti, quando stimolato secerne l’ormone rilasciante la tirotropina (TRH), il quale, a sua volta, stimola la ghiandola pituitaria alla secrezione dell’ormone stimolante la tiroide (TSH). Il TSH determina un aumento della captazione di iodio dal sangue da parte della tiroide e la sintesi di T3 e T4.

Il T3 è l’ormone fisiologicamente attivo e a livello degli organi bersaglio, fegato e cervello, si lega ad appositi recettori nucleari regolando l’espressione genica. Il T4 è l’ormone più abbondante in circolo e può essere convertito, a livello degli organi bersaglio, a T3 dagli enzimi deputati a tale funzione (le deiodinasi). In questo modo vengono regolati alcuni processi fisiologici quali accrescimento, sviluppo e funzioni riproduttive. Quando i livelli circolanti di T4 diminuiscono, la ghiandola pituitaria aumenta la secrezione di TSH, che stimola la captazione di iodio e la sintesi degli ormoni. Se manca iodio e quindi viene prodotto meno il T4, la ghiandola pituitaria continua a secernere TSH con conseguente ipertrofia della tiroide nota come gozzo.

Fabbisogni e carenze

La carenza di iodio può causare vari problemi quali: ritardo mentale, ipotiroidismo, gozzo, disturbi della crescita e dello sviluppo.

Il gozzo, o ipertrofia tiroidea, è causato dal fatto che in assenza di quantità di iodio sufficienti, la tiroide viene continuamente stimolata dalla secrezione di TSH; nei casi più lievi la tiroide riesce a produrre quantità sufficienti di ormone tiroideo, mentre nei casi più gravi si arriva all’ipotiroidismo. Generalmente, la somministrazione di opportune quantità di iodio sono sufficienti per ridurre il gozzo, ma tutto dipende dalla gravità dello stadio iniziale. Nel feto la carenza di iodio, generalmente dovuta a carenze nutrizionali materne, impedisce la formazione completa del cervello, dato che l’ormone tiroideo è particolarmente coinvolto nei processi di mielinizzazione che avvengono prima e subito dopo la nascita. La conseguenza è il cretinismo, o ipotiroidismo congenito, che porta a ritardo mentale irreversibile. Sembrerebbe, tuttavia, che in queste forme di ipotiroidismo siano coinvolti anche la carenza di selenio e l’assunzione di alcuni alimenti, come broccoli, cavoli, cavolini di Bruxelles e gli isoflavoni di soia, che interferiscono con l’utilizzo dello iodio.

Si è visto che nelle zone a carenza di iodio aumenta la mortalità infantile e la probabilità di avere bambini con ritardi nello sviluppo intellettuale e cognitivo. Negli adolescenti la carenza di iodio porta alla formazione del gozzo, più frequentemente nelle femmine, e a deficit di apprendimento. Negli adulti si verificano la formazione del gozzo e un rallentamento della reattività e delle funzioni mentali. L’OMS ha stimato che la carenza di iodio riguarda 740 milioni di persone e che circa 2 miliardi di persone vivono in aree con scarse quantità; per questo sono in atto delle campagne di sensibilizzazione che spingono all’uso di sale iodato e di olii vegetali addizionati.

La dose giornaliera raccomandata (RDA) per gli adulti è di 150 microgrammi/die. Nella donna in gravidanza e in allattamento tale dose passa, rispettivamente, a 220 microgrammi/die e 290 microgrammi/die.

Uso in prevenzione e trattamento delle patologie

Sembra che la somministrazione di 50-100 mg di iodio al giorno, in forma di ioduro di potassio, a soggetti che vivono in aree colpite da incidente nucleare, entro 48 ore dall’incidente stesso, riduca di molto la captazione di I-131 (iodio radioattivo) da parte della tiroide. In tali, situazioni, infatti, si verifica un rilascio ambientale di I-131, che si accumula maggiormente nelle tiroidi di individui carenti di iodio, che hanno una più elevata attività di captazione. Con questa strategia la autorità polacche hanno evitato l’aumento di tumori infantili alla tiroide dopo Chernobyl.

Per quanto riguarda il trattamento delle patologie, sembra che lo iodio possa essere usato per il trattamento dalla fibrosi al seno. Secondo due studi pubblicati, infatti, la somministrazione giornaliera di 5 grammi di iodio ridurrebbe alcuni sintomi, soprattutto il dolore. Le dosi sono molto elevate e devono essere chiaramente assunte sotto stretto controllo medico.

Fonti e consumi

Il contenuto di iodio dei cibi dipende dal terreno da cui deriva l’alimento. I prodotti ittici e le alghe marine sono molto ricchi di iodio in quanto ne è ricco il loro habitat, cioè l’acqua del mare. Anche i prodotti caseari presentano discrete quantità di iodio, in quanto viene utilizzato come conservante nei mangimi.

Vari studi condotti negli USA, ma probabilmente trasferibili all’Italia, evidenziano come il consumo di iodio vada pian piano diminuendo nelle popolazioni occidentali. In particolare, il 6,7% delle donne gravide in esame ed il 14,5% delle donne in età fertile hanno mostrato livelli di escrezione urinaria di iodio associabili a carenze dietetiche.

Gli integratori di iodio presenti in commercio sono a base di ioduro di potassio. Anche gli integratori multivitaminici/multimineralici forniscono l’RDA di iodio che è di 150 microgrammi/die. Infine, è sempre più diffuso l’utilizzo di sale iodato e il Parlamento Italiano ha approvato una legge che ne obbliga la messa in commercio.

Sicurezza d’uso

L’avvelenamento da iodio determina bruciore alla bocca, alla gola e allo stomaco, febbre, nausea, vomito, diarrea e polso debole. È una situazione molto rara che si verifica con dosi di diversi grammi. Con la dieta è difficile introdurre più di 2 mg/die di iodio, la maggior parte delle diete, infatti, non ne fornisce più di 1 mg/die, ad eccezione del Giappone dove l’elevato consumo di pesce porta all’assunzione fino a 80 mg/die.

Nelle popolazioni carenti si è visto che la supplementazione di iodio (150-200 microgrammi/die) aumenta l’incidenza di ipertiroidismo, soprattutto negli anziani e nelle persone con gozzo multinodulare. Tuttavia i benefici portati dalla supplementazione superano i rischi di sviluppo di ipertiroidismo in alcuni soggetti.

I livelli massimi di assunzione di iodio sono stati fissati a 1100 microgrammi/die per gli adulti. Una quantità superiore a questo valore, infatti, provoca un aumento dei livelli circolanti di TSH, ipotiroidismo e gozzo nei soggetti con normale funzionamento della tiroide. Le persone affette da carenza di iodio, gozzo nodulare o disturbi autoimmuni della tiroide devono limitare ulteriormente il consumo di iodio.

Per quanto riguarda l’interazione coi farmaci si può ricordare che l’amiodarone, un antiaritmico contenente alti livelli di iodio, può influenzare l’attività della tiroide. Il propiltiouracile e il metimazolo, farmaci utilizzati per il trattamento dell’ipertiroidismo, possono aumentare il rischio di ipotiroidismo. Anche il litio, associato allo ioduro di potassio, può aumentare il rischio di ipotiroidismo.

Glossario

  • Supplementazione

    Se i soggetti trattati sono ignari del fatto di aver ricevuto l'uno o l'altro dei trattamento testati, lo studio si definisce "in cieco". Se anche lo sperimentatore lo è, almeno fino al termine della raccolta dati, lo studio si definisce "in doppio cieco".

  • Incidenza

    Il numero di nuovi casi osservati in una popolazione nell'unità di tempo (in genere un anno). Un'incidenza dell'infarto in una popolazione dell'1 per mille indica che, ogni anno, un soggetto su mille viene colpito dalla malattia. Da non confondere con "prevalenza" (vedi).

11 ottobre 2006

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