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Il consumo regolare di caffè contrasterebbe la fibrosi epatica, mentre la maggiore assunzione di caffè e tè si associa a minore prevalenza di sindrome metabolica

28-04-2016

Marventano S, Salomone F, Godos J, Pluchinotta F, Del Rio D, Mistretta A, Grosso G.
Clin Nutr. 2016. pii: S0261-5614(16)00103-5. doi: 10.1016/j.clnu.2016.03.012. [Epub ahead of print]

Caffè e tè sono le bevande più consumate al mondo dopo l’acqua. Entrambe sono note per il loro effetto tonico (più marcato quello del caffé rispetto al tè) dovuto al contenuto in xantine, e per la presenza di componenti minori di interesse nutrizionale (polifenoli, minerali, vitamine). Ora, questa ampia metanalisi condotta in collaborazione tra diverse scuole italiane sottolinea due aspetti positivi associabili al consumo regolare di caffè e al consumo sia di caffé, sia di tè: la protezione epatica e una certa azione protettiva nei confronti dello sviluppo di sindrome metabolica.
Nel caso del fegato, si è visto che il consumo regolare di caffè non decaffeinato si associa a una minore prevalenza di fibrosi epatica in soggetti con diagnosi di steatoepatite non alcolica, la più comune causa in tutto il mondo di aumento degli enzimi epatici, per lo più correlabile alle abitudini alimentari. L’effetto sarebbe mediato sia dalla caffeina stessa, sia probabilmente dai molti componenti minori del caffè, come polifenoli, melanoidine, ma anche vitamine e minerali.
Valutando invece il consumo combinato di caffè (oltre le 3 tazze/die) e di tè (oltre le 2 tazze/die), è emerso che tra i maggiori consumatori delle due bevande la sindrome metabolica (combinazione di ipertensione, obesità addominale, insulino-resistenza/diabete, dislipidemia) era meno prevalente che tra coloro che ne consumavano meno. Ancora una volta vengono chiamati in causa i polifenoli specifici delle due bevande (acido caffeico e ferulico per il caffè, catechine per il tè), oltre alle vitamine (vitamina C, vitamine del gruppo B, riboflavina, acido folico, niacina, acido pantotenico) e ai minerali (potassio, manganese, fluoruri). E' possibile che gli effetti protettivi di queste bevande nei confronti dello sviluppo della sindrome metabolica abbiano a che fare con l'effetto antinfiammatorio ed antiossidante dei loro componenti minori.  E’ interessante anche sottolineare che la minore prevalenza di sindrome metabolica significa, nel tempo, un minore rischio di diabete: un effetto di grande importanza potenziale, data l’ampia diffusione di questa patologia nel mondo moderno.

Glossario

  • Metanalisi

    Tecnica che combina i risultati di molti studi, di impianto simile e che hanno esaminato quesiti simili, per aumentare la numerosità del campione di valori su cui si ragiona e quindi l'affidabilità delle conclusioni.

  • Sindrome metabolica

    La Sindrome Metabolica è una condizione metabolica caratterizzata dalla contemporanea associazione di diversi fattori di rischio metabolici nello stesso paziente, che incrementano la possibilità di sviluppare patologie cardiovascolari e diabete.

  • Prevalenza

    La percentuale dei soggetti della popolazione che ha una certa condizione in un dato momento. Dire che la prevalenza della malattia diabetica è del 5% significa che, nella popolazione in esame, al momento del rilievo, 5 soggetti su 100 sono diabetici. Da non confondere con "incidenza"(vedi).

  • Caffeina

    Alcaloide contenuto nei semi del caffè e del cacao e nelle foglie del tè, della cola e del matè; esercita azione eccitante sul cuore e sul sistema nervoso.

  • Ipertensione

    Aumento della pressione arteriosa al di sopra dei valori normali (nell'adulto 80-90 mm Hg di minima e 130-140 mmHg di massima). Può essere di origine secondaria (renale, endocrina, neurologica, ecc.) o primitiva (essenziale).

  • Diabete

    Una patologia che si verifica quando l’organismo non è in grado di utilizzare il glucosio ematico. I livelli di glicemia sono controllati dall’insulina, un ormone prodotto dall’organismo che favorisce l’ingresso del glucosio nelle cellule muscolari e adipose. Il diabete insorge quando il pancreas non produce abbastanza insulina o l’organismo non risponde all’insulina che è stata prodotta.

  • Antiossidante

    Sostanza che impedisce o rallenta l'ossidazione.

Coffee and tea consumption in relation with non-alcoholic fatty liver and metabolic syndrome: A systematic review and meta-analysis of observational studies.

BACKGROUND & AIMS: Diet plays a role in the onset and progression of metabolic disorders, including non-alcoholic fatty liver disease (NAFLD) and metabolic syndrome (MetS). We aimed to systematically review and perform quantitative analyses of results from observational studies on coffee/tea consumption and NAFLD or MetS.
METHODS: A Medline and Embase search was performed to retrieve articles published up to March 2015. We used a combination of the keywords "coffee", "caffeine", "tea", "non-alcoholic fatty liver disease", "non-alcoholic steatohepatitis", "metabolic syndrome". Pooled risk ratios (RRs) and 95% confidence intervals (CIs) were calculated by random-effects model.
RESULTS: Seven studies assessed coffee consumption in NAFLD patients. Fibrosis scores were reported in four out of seven; all four studies revealed an inverse association of coffee intake with fibrosis severity, although the lack of comparable exposure and outcomes did not allow to perform pooled analysis. Seven studies met the inclusion criteria to be included in the meta-analysis on coffee consumption and MetS. Individuals consuming higher quantities of coffee were less like to have MetS (RR = 0.87, 95% CI: 0.79-0.96). However, the association of coffee and individual components of MetS was not consistent across the studies. Pooled analysis of six studies exploring the association between tea consumption and MetS resulted in decreased odds of MetS for individuals consuming more tea (RR = 0.83, 95% CI: 0.73-0.95).
CONCLUSIONS: Studies on coffee and NAFLD suggest that coffee consumption could have a protective role on fibrosis. Both coffee and tea consumption are associated with less likelihood of having MetS but further research with better designed studies is needed.

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