La protezione dal rischio di infarto miocardico grazie al consumo di pesce grasso dipende anche dalla dieta complessiva e dal tipo di cottura

Jayedi A, Zargar MS, Shab-Bidar S.
Nut Res 2018 Oct; [Epub ahead of print]

30-11-2018

Non c’è dubbio: consumare regolarmente pesce, soprattutto quello grasso, protegge dal rischio di infarto miocardico. Un dato consolidato dalla più recente metanalisi degli studi di qualità condotti in tutte le aree del mondo e che, nel complesso, associa i benefici ai consumi più consistenti: per ogni 15 g/giorno di pesce in più, il rischio di infarto si riduce del 4%.
In generale, il consumo di pesce si associa a un migliore stile di vita complessivo, con un maggior rispetto delle linee guida alimentari. Questa valutazione, però, fornisce dati aggiuntivi, grazie all’analisi dei sottogruppi di popolazione: infatti la riduzione del rischio è lineare nelle popolazioni asiatiche, mentre mostra una debole associazione, con un andamento a “U”, nelle popolazioni occidentali. A prima vista, sembrerebbe che in USA e in Europa esista una soglia di assunzione superata la quale il consumo di pesce potrebbe essere addirittura controproducente.
Gli Autori della metanalisi hanno infatti approfondito proprio questa differenza con il continente asiatico, individuando due possibili motivazioni: i metodi di cottura impiegati per la preparazione dei cibi e la composizione complessiva della dieta.
In particolare, si rafforza l’evidenza dell’effetto negativo della frittura perché, a confronto con la cottura in padella o a vapore, riduce fortemente la disponibilità degli omega-3 a lunga catena (i nutrienti cardine dell’effetto cardioprotettivo). Inoltre, altri elementi della dieta, quali un eccessivo apporto calorico rispetto al fabbisogno individuale e una preferenza per i grassi saturi e le carni, a scapito di grassi insaturi, verdura, frutta e legumi, sembrano vanificare anche gli effetti positivi associati al regolare consumo di pesce.
Ultimi, ma non per importanza, due elementi completano il quadro: da un lato, la quantità di pesce considerata dalle ricerche occidentali come soglia maggiore di consumo (125 g/die), che è chiaramente inferiore a quella degli studi su popolazioni asiatiche (175 g/die); dall’altro, l’accento sulla qualità del pesce da privilegiare per la valenza protettiva, vale a dire quello grasso, a maggior contenuto di polinsaturi omega-3 a lunga catena.

Glossario

  • Metanalisi

    Tecnica che combina i risultati di molti studi, di impianto simile e che hanno esaminato quesiti simili, per aumentare la numerosità del campione di valori su cui si ragiona e quindi l'affidabilità delle conclusioni.

  • Grassi saturi

    Grasso solidi a temperatura ambiente. Negli alimenti si trovano combinazioni di acidi grassi monoinsaturi, polinsaturi e saturi. I saturi si trovano nei latticini ricchi di grassi come formaggio, latte intero, burro, nelle carni, nella pelle e nel grasso di pollo e tacchino, nel lardo, nell’olio di palma e di cocco. Hanno lo stesso apporto calorico degli altri grassi e possono contribuire all’aumento di peso se consumati in eccesso. Una dieta ricca di grassi saturi può anche elevare il tasso di colesterolo nel sangue e quindi il rischio di patologie cardiache.

  • Grassi insaturi

    Grassi liquidi a temperatura ambiente. Gli oli vegetali sono grassi insaturi. Possono essere monoinsaturi o polinsaturi. Si trovano nelle olive, nel mais, negli oli di semi di girasole e nelle noci. Consumare cibi ad elevato contenuto di grassi monoinsaturi può aiutare ad abbassare il colesterolo. Tuttavia l’apporto calorico resta lo stesso, pertanto un consumo eccessivo può contribuire all’aumento di peso.

Fish consumption and risk of myocardial infarction: a systematic review and dose-response meta-analysis suggests a regional difference.

Limited evidence suggests that the association between fish consumption and risk of cardiovascular disease may be confounded by some regional-related factors. We aimed to quantify the association of fish consumption with risk of myocardial infarction (MI), and to clarify the shape of the dose-response relation in Western and Asian countries. A systematic literature review was performed in PubMed and Scopus from inception to January 2018.
Prospective observational studies reporting risk estimates of MI for three or more quantitave categories of fish intake were included. A random-effects dose-response meta-analysis was conducted. Eleven prospective cohort studies, comprising a total of 398,221 participants and 8468 cases of MI were analyzed. A significant inverse association was found for the highest compared with the lowest category of fish intake (RR: 0.73, 95%CI: 0.59, 0.87; I2 = 72%), and for a 15 g/d (105 g/week, approximately equal to a one serving/week) increment in fish consumption (RR: 0.96, 95%CI: 0.94, 0.99; I2 = 65%).
A subgroup analysis showed a significant inverse association only in the subgroup of Asian studies as compared to Western studies. A nonlinear dose-response analysis suggested a linear decrement in the risk with the increase in fish consumption in the analysis of Asian studies. A modest U-shaped association was observed in the analysis of Western studies. In conclusion, higher fish consumption was associated with a lower risk of MI.
However, considering the observed regional difference in this association, further observational studies are needed to provide more detailed explanations about this difference.

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