L’abitudine a ritardare i momenti di consumo dei pasti correla con il rischio cardiometabolico e con una minore propensione al calo ponderale in soggetti sovrappeso e obesi

Dashti HS, Gómez-Abellán P, Qian J, Esteban A, Morales E, Scheer FAJL, Garaulet M.
Am J Clin Nutr. 2020 Oct 6:nqaa264. doi: 10.1093/ajcn/nqaa264. Online ahead of print.

13-11-2020

Non solo la composizione, ma anche la frequenza e gli orari ai quali vengono consumati i pasti principali sembrano svolgere un ruolo a livello metabolico: è quanto emerge dagli studi che ad oggi hanno evidenziato come all’abitudine di assumere l’ultimo pasto della giornata in tarda serata corrisponda una maggiore predisposizione a sovrappeso e obesità. È stato ipotizzato che tale associazione sia in larga parte attribuibile al disturbo del ritmo circadiano (ovvero della sequenza regolare di processi fisiologici essenziale per il benessere) correlato al consumo di cibo nelle ultime ore della giornata, con le note conseguenze sul bilancio energetico e sul controllo del metabolismo glicemico.
In questo studio oltre 3.300 soggetti sovrappeso o obesi (per il 79% donne), arruolati in un programma di dimagrimento basato sui principi della dieta mediterranea, sono stati suddivisi in due gruppi a seconda degli orari di consumo dei pasti principali.
All’inizio dello studio coloro che tendevano a posticipare i pasti (late eaters) si distinguevano dai soggetti che tendevano ad anticiparli (early eaters) anche per quanto riguarda gli orari di addormentamento e della sveglia mattutina, per i livelli più elevati di trigliceridi nel sangue e per la minore sensibilità insulinica, indipendentemente dai valori di indice di massa corporea (o BMI).
L’analisi di un sottogruppo di oltre 600 persone ha permesso di rilevare che anche i livelli circolanti mattutini di leptina (l’ormone della sazietà) erano più elevati tra coloro che assumevano la cena più tardi, che infatti dimostravano di avere meno appetito nelle prime ore della giornata.
Al termine delle 19 settimane di intervento dietetico il calo ponderale era inferiore per i late eaters rispetto agli early eaters: più di un chilo e mezzo in media (-17%). In pratica ad ogni ora di ritardo nell’assunzione dei pasti corrispondeva una riduzione di 50 g della perdita di peso in una settimana. La differenza nel raggiungimento dell’obiettivo è stata messa in relazione con la minore motivazione a perdere peso, la maggiore propensione ad assumere cibo sotto stress e a mangiare nelle ore notturne e davanti alla TV.
Gli autori sottolineano come in base a queste osservazioni, anticipare l’orario di consumo dei pasti possa rappresentare una strategia utile per migliorare l’efficacia delle diete ipocaloriche finalizzate alla perdita di peso e come identificare gli orari di assunzione dei pasti tra i comportamenti associati al rischio di obesità sia utile per definire interventi personalizzati ed efficaci.

Glossario

  • Dieta mediterranea

    Regime alimentare a base di cereali integrali, legumi, ortaggi, frutta, olio d'oliva.

  • Trigliceridi

    Sono sostanze lipidiche (grasse) che circolano nel sangue; la loro struttura è caratterizzata da una molecola di glicerolo a cui sono legate (esterificazione) tre molecole di acidi grassi; originano, in parte, dai grassi assunti con l'alimentazione, in parte vengono prodotti nel fegato e nel tessuto adiposo a partire da carboidrati.

Late eating is associated with cardiometabolic risk traits, obesogenic behaviors, and impaired weight loss

BACKGROUND: There is a paucity of evidence regarding the role of food timing on cardiometabolic health and weight loss in adults.
OBJECTIVES: To determine whether late eating is cross-sectionally associated with obesity and cardiometabolic risk factors at baseline; and whether late eating is associated with weight loss rate and success following a weight loss intervention protocol. Also, to identify obesogenic behaviors and weight loss barriers associated with late eating.
METHODs: Participants were recruited from a weight-loss program in Spain. Upon recruitment, the midpoint of meal intake was determined by calculating the midway point between breakfast and dinner times, and dietary composition was determined from diet recall. Population median for the midpoint of meal intake was used to stratify participants into early (before 14:54) and late (after 14:54) eaters. Cardiometabolic and satiety hormonal profiles were determined from fasting blood samples collected prior to intervention. Weekly weight loss and barriers were evaluated during the ∼19-wk program. Linear and logistic regression models were used to assess differences between late and early eaters in cardiometabolic traits, satiety hormones, obesogenic behaviors, and weight loss, adjusted for age, sex, clinic site, year of recruitment, and baseline BMI.
RESULTS: A total of 3362 adults [mean (SD): age: 41 (14) y; 79.2% women, BMI: 31.05 (5.58) kg/m2] were enrolled. At baseline, no differences were observed in energy intake or physical activity levels between early and late eaters (P >0.05). Late eaters had higher BMI, higher concentrations of triglycerides, and lower insulin sensitivity compared with early eaters (all P <0.05) prior to intervention. In addition, late eaters had higher concentrations of the satiety hormone leptin in the morning (P = 0.001). On average, late eaters had an average 80 g lower weekly rate of weight loss [early, 585 (667) g/wk; late, 505 (467) g/wk; P = 0.008], higher odds of having weight-loss barriers [OR (95% CI): 1.22 (1.03, 1.46); P = 0.025], and lower odds of motivation for weight loss [0.81 (0.66, 0.99); P = 0.044] compared with early eaters.
CONCLUSION: Our results suggest that late eating is associated with cardiometabolic risk factors and reduced efficacy of a weight-loss intervention. Insights into the characteristics and behaviors related to late eating may be useful in the development of future interventions aimed at advancing the timing of food intake.

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