Sale e rischio cardiovascolare: esistono evidenze sufficienti per raccomandare una drastica riduzione dei consumi?

O’Donnell M, Mente A, Alderman MH, Brady AJB, Diaz R, Gupta R, Lòpez-Jaramillo P, PLuft FC, Lu ¨scher TF, Mancia G, Mann JFE, McCarron D, McKee M, Messerli FH, Moore LL Narula J, Oparil S, Packer M, Prabhakaran D, Schutte A, SliwaK, Staessen JA, Yancy C, Yusuf S.
Eur Heart J. 2020 doi:10.1093/eurheartj/ehaa586

23-10-2020

La relazione tra il consumo di sale e il rischio di eventi cardiovascolari è oggetto, da alcuni anni, di una riconsiderazione che potremmo definire strutturale. Cresce il numero degli esperti che ritiene che le più recenti evidenze fornite dall’epidemiologia osservazionale non sostengano più la raccomandazione a ridurre in modo drastico il consumo alimentare di sodio (e quindi di sale), con obiettivi di prevenzione cardiovascolare, tuttora presente nella maggior parte delle Linee Guida internazionali sull’argomento. Il dibattito su questi temi è peraltro tuttora molto aperto, come emerge anche da un recentissimo articolo uscito sul BMJ, con la prima firma di Nancy Cook, che ha cercato, con risultati assai deludenti, di trovare una composizione tra le posizioni scientifiche che si confrontano su questo tema.
Il documento qui considerato, recentemente pubblicato sull’European Heart Journal e sottoscritto da un gruppo molto consistente di esperti che comprende anche un prestigioso ricercatore italiano, Giuseppe Mancia, sostiene in modo deciso che non esistono dati sufficienti per proporre alla popolazione di ridurre l’apporto quotidiano di sodio quando questo non ecceda i 5 g (che equivalgono, come è noto, a circa 12,5 g di sale). Gli autori suggeriscono infatti che gli effetti complessivi di salute della restrizione sodica al di sotto di questo limite non sono chiari: si osserva in genere una riduzione dei valori pressori (che peraltro è significativa soltanto nei soggetti ipertesi, ma non nella popolazione con normali valori della pressione arteriosa stessa), ma non si ridurrebbe invece il rischio di eventi cardiovascolari, che secondo alcuni studi sembrerebbe addirittura aumentare. Tra le possibili spiegazioni di questo inatteso aumento del rischio si può ricordare l’incremento, riflesso alla restrizione del sodio alimentare, dell’attività reninica, che attiva una via fisiologica di risparmio del sodio (la cosiddetta via renina-angiotensina-aldosterone) caratterizzata da un ruolo complessivamente non favorevole nell’evoluzione delle malattie cardiovascolari, come conferma l’ampio utilizzo degli ACE-inibitori e degli ARB (che bloccano selettivamente questa via) nella prevenzione di questa patologie.
Accettando la tesi di O’ Donnell e coll., la popolazione italiana, caratterizzata da consumi medi di sale di 9-10 g/die, rientrerebbe tra quelle che non richiedono un’ulteriore restrizione dell’apporto del sale stesso: in evidente conflitto con quanto suggeriscono invece le recenti linee guida elaborate dal CREA-NUT, che ribadiscono invece la raccomandazione a ridurre l’apporto di sodio a meno di 2 g/die (e di 1,5 g/die per i soggetti di età oltre i 65 anni) equivalenti ad apporti di sale, rispettivamente di 5,0 e 3,5 g al giorno.
Queste nuove indicazioni potrebbero pertanto avere un impatto significativo sul modello alimentare da proporre alla popolazione, anche nel nostro Paese. Lo sviluppo delle conoscenze sull’argomento va quindi seguito con attenzione, e per quanto possibile in modo privo di pregiudizi; nuovi elementi da considerare (tra cui i risultati di alcuni studi randomizzati di intervento in corso) emergeranno infatti a breve.

Glossario

  • Pressione arteriosa

    Pressione del sangue nelle arterie dovuto all'attività contrattile del muscolo cardiaco e alla resistenza vascolare periferica, distinta in sistolica o massima e diastolica o minima.

Salt and cardiovascular disease: insufficient evidence to recommend low sodium intake

Several blood pressure guidelines recommend low sodium intake (<2.3 g/day, 100 mmol, 5.8 g/day of salt) for the entire population, on thepremise that reductions in sodium intake, irrespective of the levels, will lower blood pressure, and, in turn, reduce cardiovascular diseaseoccurrence. These guidelines have been developed without effective interventions to achieve sustained low sodium intake in free-livingindividuals, without a feasible method to estimate sodium intake reliably in individuals, and without high-quality evidence that low sodiumintake reduces cardiovascular events (compared with moderate intake). In this review, we examine whether the recommendation for lowsodium intake, reached by current guideline panels, is supported by robust evidence. Our review provides a counterpoint to the currentrecommendation for low sodium intake and suggests that a specific low sodium intake target (e.g. <2.3 g/day) for individuals may be un-feasible, of uncertain effect on other dietary factors and of unproven effectiveness in reducing cardiovascular disease. We contend thatcurrent evidence, despite methodological limitations, suggests that most of the world’s population consume a moderate range of dietarysodium (2.3–4.6g/day; 1–2 teaspoons of salt) that is not associated with increased cardiovascular risk, and that the risk of cardiovasculardisease increases when sodium intakes exceed 5 g/day. While current evidence has limitations, and there are differences of opinion in in-terpretation of existing evidence, it is reasonable, based upon observational studies, to suggest a population-level mean target of <5 g/dayin populations with mean sodium intake of >5 g/day, while awaiting the results of large randomized controlled trials of sodium reductionon incidence of cardiovascular events and mortality.

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